Passaggio dalla contabilità semplificata ad ordinaria

Con riguardo alle modalità di opzione, l’articolo 1 del Dpr n. 442/1997, dispone che l’opzione e la revoca di determinazione dell’imposta o di regimi contabili si desumono da comportamenti concludenti del contribuente o dalle modalità di tenuta delle scritture contabili.
Ciò significa che il contribuente può adottare un determinato regime, attuando concretamente gli adempimenti richiesti. A titolo di esempio, il contribuente rientrante nel regime di cassa applica le regole per la tenuta della contabilità ordinaria, determinando il reddito in base al criterio di competenza e non di cassa.
L’opzione e la revoca si intendono perfezionati sin dall’inizio dell’anno o dell’attività. Ne consegue che, il contribuente che sceglie di applicare il regime di contabilità ordinaria per l’anno 2021, deve osservare le disposizioni per detto regime a partire dal 1° gennaio 2021 e fino al 31 dicembre 2021.

Obbligo comunicazione opzione della dichiarazione iva

Il contribuente è obbligato a comunicare l’opzione o la revoca nella prima dichiarazione annuale Iva da presentare successivamente alla scelta operata. Nel caso di esonero dall’obbligo di presentazione della dichiarazione annuale Iva, la scelta è comunicata con le stesse modalità ed i termini previsti per la presentazione della dichiarazione dei redditi, utilizzando la modulistica Iva e, in modo specifico, il quadro VO.

In merito alla durata dell’opzione, l’articolo 3 del Dpr n. 442/1997, stabilisce che la “scelta” vincola il contribuente alla sua concreta applicazione almeno per un triennio e per un anno nel caso di regimi contabili.
Va da sé che, l’opzione per la contabilità ordinaria, obbliga il contribuente ad applicarla per almeno un anno, trascorso il quale l’opzione resta valida per ciascun anno successivo, fino a quando permane la concreta applicazione della scelta operata.
Detta opzione, rimane valida anche nelle ipotesi di omessa, tardiva o irregolare comunicazione, fermo restando l’applicazione della sanzione da euro 258 a euro 2.065 per l’omessa comunicazione.

Prospetto delle attività e passività per cambio contabilità

Nel momento in cui si concretizza il “trasferimento” dal regime di contabilità semplificata a quello ordinario, per scelta o per obbligo, è necessario redigere un prospetto iniziale dove riportare le attività e le passività esistenti all’inizio del periodo d’imposta.
L’articolo 1 del D.P.R. 16 aprile 2003, n. 126, dispone, infatti, che nei casi del citato passaggio le attività e passività esistenti all’inizio del periodo d’imposta sono valutate con i criteri di cui al D.P.R. 23 dicembre 1974, n. 689. Gli elementi patrimoniali devono essere riportati sul libro
degli inventari o su un apposito prospetto da redigere entro il termine della presentazione della dichiarazione dei redditi relativa al periodo di imposta precedente.
Quindi coloro che adottano la contabilità ordinaria nel periodo d’imposta 2020 e nel 2019 determinavano il reddito secondo gli schemi della contabilità semplificata, devono redigere il prospetto delle attività e passività entro la data del 30 novembre 2020.

I criteri di valutazione poste del prospetto

Nello specifico, il Dpr n. 689/1974, dispone in merito ai criteri da seguire per la valutazione delle poste da inserire nel prospetto. Di seguito si elencano alcuni elementi principali:
1. banche: si devono riportare i saldi esistenti al 1° gennaio;
2. crediti: si elencano in forma dettagliata e si valutano al valore nominale diminuito delle perdite anteriori al 1° gennaio;
3. debiti: si elencano in modo analitico e si valutano al loro valore nominale;
4. ratei e risconti: si rilevano secondo il principio di competenza;
5. beni mobili strumentali: occorre inserire il costo di acquisto risultante dalla
documentazione, maggiorato degli oneri accessori di diretta imputazione, compresi i beni di costo unitario non superiore a euro 516,46;
6. beni immobili strumentali: è necessario rilevare il costo di acquisto o di produzione aumentato degli oneri accessori di diretta imputazione, maggiorato di eventuali rivalutazioni;
7. beni iscritti in pubblici registri: sono valutati singolarmente in base al prezzo indicato
nell’atto di acquisto, maggiorato degli oneri accessori di diretta imputazione;
8. beni costruiti in economia o in appalto: si assume il costo di produzione documentato o da stimare con riferimento alla data di ultimazione della costruzione;
9. merci e materie prime: si valutano in base al costo medio risultante dalle fatture di acquisto registrate ai fini dell’Iva;
10. prodotti in corso di lavorazione: si valutano in base ai costi sostenuti fino al 31 dicembre 2020;
11. fondi di ammortamento: evidenziano le quote maturate e dedotte nei precedenti esercizi;
12. beni immateriali: si considerano i costi effettivamente sostenuti compresi gli oneri di diretta imputazione, ma al netto delle quote di ammortamento già dedotte;
13. Tfr: per le quote accantonate e già dedotte nei precedenti esercizi.
In base a quanto disposto dal decreto, l’Amministrazione Finanziaria può procedere alla rettifica delle quantità e dei valori indicati nel prospetto e nella situazione patrimoniale che risultino non conformi alle disposizioni previste dal decreto stesso. L’avviso di rettifica può essere notificato entro i termini previsti dall’articolo 43 del Dpr n. 600/1973, ossia entro il 31
dicembre del quinto anno successivo a quello in cui è stata presentata la dichiarazione ovvero, nei casi di omessa presentazione della dichiarazione o di presentazione di dichiarazione nulla, entro il 31 dicembre del settimo anno successivo a quello in cui la dichiarazione avrebbe dovuto essere presentata.
In caso di omessa redazione del prospetto entro il termine della presentazione della dichiarazione dei redditi relativa al periodo di imposta precedente, si applicano le norme previste dall’articolo 39, comma 2, del Dpr n. 600/1973, attinenti alla determinazione del
reddito in via induttiva.
Inoltre, si applicano le sanzioni riguardanti le violazioni degli obblighi relativi alla contabilità, ai sensi dell’articolo 9 del D. Lgs n. 471/1997.
Infine, pur se per alcuni aspetti la norma appare superflua, sembra opportuno rammentare che l’articolo 12 del Dpr n. 689/1974, dispone che la differenza fra l’ammontare complessivo delle attività e quello delle passività non costituisce componente positiva o negativa del reddito imponibile.

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Deducibilità spese alberghiere per professionisti

 

Se il professionista non addebita al cliente le spese o le addebita in misura forfetaria, gli oneri sostenuti saranno deducibili nella misura limitata a seguito dell’applicazione di un “doppio” limite.

Doppio limite deducibilità spese

Primariamente i predetti oneri saranno considerati nella misura limitata del 75%. La spesa così determinata sarà deducibile entro il limite massimo pari al 2% dei compensi percepiti nel periodo di imposta. Quindi la parte della spesa pari al 25% non sarà in ogni caso deducibile, per l’importo residuo dovrà essere effettuata la verifica della capienza. Se ne dovrà quindi tenere conto in sede di registrazione contabile della spesa.

Le spese alberghiere e di ristorazione sostenute dai dipendenti

Per le spese alberghiere e di ristorazione sostenute dai dipendenti  non è applicabile il limite del 75%.

In tal caso dovrà essere utilizzato un altro conto che, in sede di trasferimento dei dati dalla contabilità alla dichiarazione dei redditi, preveda la deduzione integrale, quindi del 100%. Viceversa, qualora in sede di contabilizzazione sia stato utilizzato un conto non appropriato, che determini il trasferimento del costo all’interno del quadro RE nella misura limitata del 75%, sarà necessario intervenire sul Modello Redditi 2021. Tale circostanza, determinerà, però, un disallineamento con le risultanze contabili che dovrà essere corretto al fine di evitare di spiegare nell’eventualità di una verifica, l’accaduto.

Addebito analitico delle spese di trasferta del professionista

Per l’addebito analitico delle spese relative alla trasferta del professionista l’articolo 54 del TUIR prevede che se il professionista addebita analiticamente/distintamente le spese sostenute per la trasferta, non si applicano i predetti limiti del 75% e del 2% dei compensi.

Le spese alberghiere e relative alla somministrazione di alimenti e bevande se addebitate al cliente costituiscono compensi soggetti ad imposizione. Se il cliente è un sostituto di imposta deve operare la relativa ritenuta d’acconto ai sensi dell’art. 25 del D.P.R. n. 600/1973.
Tuttavia, se le spese non vengono addebitate unitamente ai compensi, ma risultano indicate distintamente nella fattura, il professionista potrà considerare in deduzione le spese sostenute e poi addebitate senza l’applicazione dei predetti limiti.

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Aumento di capitale : tipologie e regole

Possiamo individuare tre modalità di aumento del capitale sociale:
– a pagamento;
– misto;
– a titolo gratuito.

Aumento del capitale a pagamento

L’aumento del capitale a pagamento si realizzerà con il versamento di quanto dovuto da ogni sottoscrittore; quello misto, invece, con il versamento di quanto dovuto da ogni sottoscrittore e con l’utilizzo di riserve.

Aumento del capitale gratuito

L’aumento gratuito del capitale, così chiamato perché il socio non dovrà procedere ad alcun esborso finanziario, si realizza mediante imputazione a capitale di riserve disponibili. Questa forma di aumento del capitale è disciplinata in modo quasi analogo, all’art. 2442 per le Spa ed
all’art. 2481-ter per le Srl.
Tale operazione non comporta un incremento del patrimonio della società, per i motivi appena menzionati, ma assolve unicamente alla funzione di permutare delle poste di bilancio. Ciò avviene con la redazione di apposite scritture contabili che consentono di far confluire ad incremento del capitale componenti attivi già presenti nel patrimonio sociale. L’aumento gratuito del capitale produce quindi l’effetto di permutare in valori indisponibili riserve o fondi che sarebbero stati utilizzabili per altre finalità o distribuiti ai soci a titolo di dividendo.

Imputazione a capitale solo delle riserve e dei fondi disponibili

È possibile imputare a capitale solo le riserve ed i fondi disponibili, ed iscritti come tali in bilancio.
Le riserve, indipendentemente dalla connotazione pratica, si distinguono fondamentalmente in tre grandi categorie:
– i versamenti che la società acquisisce dai soci senza obbligo di restituzione;
– i versamenti che la società acquisisce dai soci con obbligo di restituzione;
– le riserve che la legge prevede che si costituiscano al verificarsi di certe operazioni.

Tra queste, di particolare importanza è la riserva legale, ossia quella che la società deve necessariamente costituire mediante accantonamento ogni esercizio di un ventesimo degli utili.
Le riserve legali, in quanto tali, non sono mai disponibili.

Riserve liberamente disponibili

Sono considerate riserve liberamente disponibili, e quindi utilizzabili ai fini di un aumento gratuito:
le riserve da utili non distribuiti;
le riserve da sovraprezzo, nell’ipotesi di saturazione della riserva legale;
le riserve createsi per effetto di operazioni sul capitale quali la riduzione volontaria o la fusione;
le riserve create con versamenti a fondo perduto o in conto capitale o patrimonio.

Ai fini della imputabilità a capitale delle suddette riserve, si richiede l’allegazione di una situazione patrimoniale di data non anteriore a più di 4 mesi.
Vi sono due modi, alternativi tra di loro, con cui procedere all’aumento gratuito del capitale:
– l’emissione di nuove azioni da attribuire gratuitamente ai soci, in proporzione alla quota di partecipazione;
– l’aumento del valore nominale delle azioni già esistenti.
Nella società a responsabilità limitata, ai sensi dell’articolo 2481, 2° comma, del codice civile, non si farà luogo all’emissione di nuove partecipazioni in quanto a beneficiare dell’aumento sarà la quota il cui valore nominale resterà immutato.

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